Quando la realtà diventa difficile da spiegare, c’è sempre una soluzione: i numeri. Possibilmente tanti, possibilmente complicati, possibilmente internazionali. Dollari a tonnellata, spread, Platts, Brent, Wti. Un vero festival della statistica applicata alla benzina.
Ed è esattamente quello che è andato in scena alla riunione della Commissione di allerta rapida del Mimit, convocata dal ministro Adolfo Urso per affrontare la nuova impennata dei prezzi dei carburanti legata alla crisi nel Golfo Persico.
Il clima, raccontano i partecipanti, era piuttosto “teso”. Ma non per il prezzo del gasolio alla pompa. Piuttosto per il tentativo – neanche troppo nascosto – di “sopire e troncare” la polemica sulla speculazione.
Una polemica fastidiosa, soprattutto quando qualcuno insiste a far notare che i prezzi salgono con una rapidità degna della Formula 1 ma scendono con la calma di una domenica pomeriggio.
Il governo scopre la vigilanza settimanale… e la comunicazione controllata
Il ministro Adolfo Urso ha annunciato che la Commissione si riunirà ogni settimana finché durerà la crisi. Un annuncio rassicurante: il governo vigilerà settimanalmente.
Il che, nel mondo dei carburanti dove i prezzi possono cambiare più volte nello stesso giorno, equivale un po’ a controllare un incendio passando con calma una volta alla settimana per vedere se la casa brucia ancora.
Ma il ministro non si è limitato alla vigilanza. Ha anche richiamato i giornalisti a non enfatizzare troppo la situazione, sostenendo che la creazione di falsi allarmismi rischia di alimentare proprio quei fenomeni speculativi che si vorrebbero combattere.
Subito dopo se l’è presa con le associazioni dei consumatori, accusate – sostanzialmente – di esagerare: secondo Urso, i prezzi attuali sono ancora lontani dai picchi raggiunti in passato.
Una lettura che sicuramente consola chi fa il pieno. O almeno dovrebbe.
Il ministro ha poi assicurato che lo Stato sta vigilando, annunciando di aver dato disposizione alla Guardia di Finanza di effettuare controlli sugli impianti e invitando i cittadini a fare la loro parte: se vedono un prezzo troppo alto, dovranno segnalarlo proprio alla GDF.
Una sorta di controllo diffuso, con i cittadini trasformati in osservatori del prezzo alla pompa. Poi, quasi a chiudere il cerchio, Urso ha rivolto un appello alle compagnie petrolifere a non fare speculazione. Una richiesta interessante, perché arriva subito dopo aver sostenuto che allarmismi e polemiche sono esagerati e che i prezzi non sono così anomali.
Insomma: la speculazione non c’è, però è meglio non farla. Una posizione dialettica che potrebbe diventare un piccolo classico della politica energetica.
La filiera si accusa
Durante la riunione non sono mancati gli scambi di accuse. Si è parlato di contingentamenti sull’extrarete, di tagli alle forniture ai grossisti e di aumenti dello spread rispetto alle quotazioni internazionali, come segnalato da Assopetroli.
Tradotto: qualcosa nella catena dei prezzi non torna. E infatti l’anello più alto della filiera, quello rappresentato da Unem, è finito direttamente sotto tiro.
Una circostanza curiosa: quando i prezzi salgono, tutti sembrano guardare verso l’alto della filiera. Ma quando si tratta di spiegare il fenomeno, improvvisamente la responsabilità diventa “diffusa”, “articolata”, “complessa”. Un mercato misteriosamente senza responsabili.
L’arte di nascondersi dietro i numeri
Il protagonista della giornata è stato il presidente di Unem, Gianni Murano, che ha portato in dote una raffica di numeri internazionali.
Murano ha detto che il gasolio è aumentato di 350 dollari a tonnellata (+47%), mentre la benzina è salita di 140 dollari (+21%). Tradotto: 26 centesimi al litro da una parte, 10 dall’altra.
Una lezione di macroeconomia petrolifera impeccabile. Peccato che, mentre scorrevano i numeri, qualcuno abbia provato a ricordare un dettaglio minuscolo: il carburante venduto oggi ai consumatori non è stato comprato stamattina sul mercato internazionale. Non arriva con il drone direttamente dallo Stretto di Hormuz. Esistono scorte, tempi logistici, magazzini, raffinazioni, contratti.
Ma queste sono sottigliezze. Molto meglio parlare di dollari a tonnellata: fanno più scena.
Murano ha poi ricordato che i prezzi italiani sono “inferiori a quelli dell’area euro”. Un classico della narrativa petrolifera: quando i prezzi salgono, la colpa è del mondo; quando scendono, il merito è della filiera. Nel dubbio, comunque, la conclusione è sempre la stessa: bisogna “leggere bene i dati”.
Un invito curioso, considerando che proprio quei dati – Platts, Brent, Wti – sono strumenti che nessun cittadino e nessun gestore può realmente verificare nella loro formazione quotidiana. La famosa foglia di fico con cui ci si riesce abilmente a coprire.
I gestori: “La speculazione la vedono tutti”
La presa di posizione più dura è arrivata dai gestori. Il presidente della Fegica, Roberto Di Vincenzo, è stato particolarmente diretto: in forte disaccordo con il ministro praticamente su tutto, tranne su un punto – la speculazione. Su quello, invece, l’accordo è pieno.
Di Vincenzo ha ricordato che il problema esiste ed è visibile, e si è detto favorevole alla linea della Presidenza del Consiglio sull’ipotesi di tassare gli extra-profitti degli speculatori.
Una posizione che non lascia molto spazio alle interpretazioni.
Anche il presidente di Faib Confesercenti, Giuseppe Sperduto, ha parlato senza troppi giri di parole, puntando il dito contro le compagnie petrolifere e i loro comportamenti speculativi.
Le due organizzazioni hanno quindi firmato una nota molto dura in cui contestano apertamente a Unem di continuare a nascondersi dietro i numeri del Platts, del Brent e del Wti, dietro calcoli e riferimenti che nessuno può realmente verificare.
Secondo Faib e Fegica non è credibile che alle prime fibrillazioni dei mercati internazionali corrisponda immediatamente un’esplosione dei prezzi alla pompa, come se ogni litro venduto fosse stato acquistato la mattina stessa.
Da qui la richiesta di due strumenti concreti:
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accisa mobile, per compensare l’extra-gettito IVA generato dagli aumenti
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ritorno temporaneo a forme di prezzi controllati, previsto dalla clausola di salvaguardia della liberalizzazione
Proposte che non hanno nulla di rivoluzionario: sono strumenti già previsti dalla normativa. E, alle condizioni attuali ci sarebbero le condizioni.
La nota, però, porta due firme: Faib e Fegica. Ne manca una. Quella di Figisc.
Un’assenza che pesa più di molte dichiarazioni. Perché in una fase in cui i gestori denunciano apertamente speculazioni e chiedono strumenti straordinari, il silenzio di una delle principali organizzazioni della categoria diventa inevitabilmente una posizione politica. O quantomeno un elegante esercizio di “assenza”
E la cosa assume contorni ancora più paradossali se si considera che Figisc è spesso molto solerte nel fare la morale sulla necessità di “unità sindacale”. Un richiamo frequente, quasi rituale, quando si tratta di ammonire a non dividersi.
Poi però, quando arriva il momento delle posizioni vere — quelle che mettono in discussione le responsabilità delle compagnie e chiedono strumenti concreti per difendere i gestori — l’unità improvvisamente diventa un concetto molto elastico. In questi casi, la strategia preferita sembra essere un’altra: il silenzio ambiguo.
Una posizione che ha il grande vantaggio di non disturbare nessuno, tranne naturalmente quella di salvaguardare le prerogative dei gestori che ogni giorno devono spiegare ai clienti perché il prezzo alla pompa continua e continuerà a salire.

Quanta ipocrisia sul prezzo, non serve che la gdf vada in giro a controllare, con la fatturazione elettronica i prezzi sono in fattura. Si puo scoprire subito d’ufficio chi sta facendo il furbo.