Scatta l’embargo Ue al petrolio russo ed subito è allarme prezzi

Il 5 dicembre diventerà operativo il blocco. E mentre le petroliere russe studiano i trucchi per aggirarlo e Mosca cerca canali di vendita alternativi, l’Occidente deve far fronte al calo dell’offerta affidandosi a produttori amici. La mina delle raffinerie

Decidere di far perdere le proprio tracce, disconnettendo i sistemi di localizzazione per non essere individuati. Registrare una nuova proprietà in un paradiso fiscale, dove vengono offerte “bandiere di comodo”. In questo modo, approdare nei porti di tutto il mondo, avendo occultato con documenti altrettanto di comodo il proprio carico. È uno dei possibili “trucchi” che potrebbero usare le petroliere russe a partire dal prossimo 5 dicembre, quando scatterà anche per l’Unione Europea il blocco agli acquisti di greggio. Fra due settimane sarà operativo l’embargo decretato da Bruxelles, che si unisce così a quello già operativo dalla primavera scorsa da Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e Australia.

Gli scambi di carico nell’oceano
Non si tratta di supposizioni: nel maggio scorso, una serie di articoli e inchieste della stampa anglosassone ha raccontato anche nel dettaglio i trucchi dei produttori russi per arrivare più facilmente nei porti europei dove gli approdi sono sempre stati controllati attentamente. Ed evitare anche di essere rintracciati dai computer delle autorità bancarie Usa, visto che il mercato del petrolio si basa quasi esclusivamente sul dollaro. Così come è stato raccontato il modo con cui le petroliere russe con “false bandiere” si davano appuntamento nelle vastità oceaniche per il trasbordo del carico di petrolio in navi più grandi. Così da mischiarlo con greggio con caratteristiche simili ma di altra provenienza. Perché per essere considerato russo – come ha rivelato il Wall Street Journal – le grandi Oil company ritengono debba avere almeno il 51% di greggio proveniente dalle aziende di Mosca. Il trucco è rimanere al di sotto e dichiarare la provenienza della quota maggioritaria.

Tre milioni di barili in meno
Ma fin qui è la cronaca. Poi ci sono gli aspetti industriali e finanziari. Perché tutti gli attori del mercato dell’energia, così come le cancellerie delle grandi potenze e gli apparati di sicurezza, si interrogano su cosa accadrà a partire dal 5 dicembre. Quali rotte prenderà il petrolio targato Russia, che rimane pur sempre uno dei primi tre produttori al mondo? Cosa accadrà al prezzo nelle Borse delle materie prime, con il possibile calo dell’offerta: secondo l’International Energy Forum l’embargo porterà ad avere almeno 3 milioni di barili in meno ogni giorno per i Paesi dell’Unione europea. Per il Cremlino, la soluzione più semplice ed efficace sarebbe individuare nuovi sbocchi commerciali. In particolare, far rotta verso le economie emergenti asiatiche, a cominciare da Cina e India. Ma non è detto che sia così semplice. Come spiega Marco Mencini, senior portfolio manager di Planisfer, società di investimento del risparmio che fa riferimento alla galassia delle Generali ed esperto del settore: “Sui prezzi dei prossimi mesi influiscono due varianti importanti, cioé quanto saranno efficaci le sanzioni e l’evoluzione dell’economia cinese”.

Controlli Usa sulle transazioni
“Nel primo caso – prosegue – bisognerà valutare quanto la Russia riuscirà a trovare mercati alternativi all’Occidente per le sue forniture. Soprattutto, se i possibili acquirenti saranno in grado di trovare modi per non effettuare transazioni in dollari, anche se questo dipenderà molto da quanto saranno severi i controlli americani, in base alle sanzioni geopolitiche. E in ogni caso, per i russi non sarà semplice trovare altri mercati che sostituiscano i Paesi occidentali. La Cina, per esempio, ha già fatto sapere che vuole differenziare i fornitori per non dover dipendere eccessivamente da qualcuno. Per cui non acquisterà da Mosca oltre il 15% del suo fabbisogno”. Alla Cina guardano anche gli esperti di Goldman Sachs, tra le grandi banche d’affari sempre molto attente al mercato degli idrocarburi. L’incognita è sempre la stessa degli ultimi mesi: ci sarà un allentamento definitivo delle restrizioni dovute al Covid? “Il greggio Brent potrebbe salire a 125 dollari al barile il prossimo anno, se la Cina allenterà le sue politiche sanitarie”.
Ma, trattandosi di petrolio, molto dipenderà dalle scelte dell’Opec+, lo storico cartello dei maggiori Paesi produttori da qualche anno allargato proprio alla Russia: lo ha ricordato Fatih Birol, direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) pochi giorni fa, partecipando alla Cop27 in Egitto: “La recente decisione dell’Opec+ di tagliare la produzione di 2 milioni di barili aumenta i rischi per la sicurezza energetica in tutto il mondo e potrebbe portare a un aumento dei prezzi del petrolio, punto di svolta per una recessione globale”. Una decisione che, per Birol, avrà conseguenze sui prezzi per il resto del 2022 e per tutto il 2023.

Forniture da Usa e Kazakistan
In previsione dell’embargo, i flussi di greggio si sono già reindirizzati: sempre secondo l’Aie, nella Ue le importazioni di petrolio sono scese a 1,4 milioni di barili al giorno, dai 2,5 milioni del gennaio scorso. Ma sono salite le importazioni da parte di India, Cina, Turchia, ad almeno 1,2 milioni di barili al giorno già sul finire dell’estate. L’Unione europea ha soddisfatto la sua domanda rivolgendosi ai produttori del Medioriente, Africa occidentale, Brasile e Guyana. Mentre Stati Uniti e Kazakistan hanno promesso un aumento delle spedizioni dopo il 5 dicembre per oltre un milione di barili al giorno per compensare il greggio russo che non arriverà più. E, così come è accaduto per il gas dopo l’invasione dell’Ucraina, la Norvegia è tornata ad aumentare la produzione, dove il colosso di stato Equinor ha annunciato di aver accelerato lo sviluppo di “Johan Sverdrup” (dal nome di un primo ministro di fine Ottocento), il più grande giacimento dell’Europa occidentale nel Mare del Nord.

Allarme raffinerie
Ma, a detta degli esperti, l’incertezza sul mercato potrebbe essere ancora più elevata quando l’Europa allargherà il suo embargo ai prodotti raffinati provenienti dalla Russia. Perché – a differenza del petrolio – in questo caso siamo già di fronte a un mercato molto “corto”. Come spiega ancora Mencini: “La raffinazione è considerata un’attivita inquinante che l’Occidente non vuole più fare. Nessuno costruisce nuovi impianti da tempo e comunque ci vorrebbero dieci anni. La Russia, come i Paesi del Golfo, si era assunta l’onere: ma cosa accadrà a febbraio?”. Riposta difficile, ma una cosa è certa: i produttori russi dovranno trovare nuovi acquirenti per un milione di barili al giorno di prodotti raffinati.

Fonte: La Repubblica

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