Bearzi (Figisc) a Rienergia: la deriva repressiva contro i Gestori che nasce da una Fake News

Il presidente della Figisc Confcommercio, Bruno Bearzi, racconta la vicenda davvero paradossale che ha visto la deriva repressiva contro i Gestori  nata da una Fake News  

Innanzitutto, nata da una bufala, cioè che i prezzi fossero arrivati a 2,5 euro/litro misurati non si sa dove, dal momento che anche i dati di picco (isola di Vulcano, La Maddalena, autostrada) erano ancora lontani 10-20 centesimi da quel livello. I media ci si sono gettati sopra senza verificare alcunché sull’onda emozionale dell’aumento delle accise (nelle situazioni di picco i prezzi erano alti anche prima dell’aumento delle accise, il Ministero ha tutti i dati per confermarlo). A oggi i prezzi sono aumentati in tutta la rete di 0,180 euro/litro e di 0,157 sulla rete autostradale rispetto alla fine di dicembre, con le accise cresciute di 0,183; nel frattempo la quotazione dei raffinati è cresciuta di 0,052 per la benzina e di 0,015 per il gasolio. Questa è la verità e anche su questo il Ministero ha i dati.

Su una fake news la politica ha giocato per attaccare l’aumento delle accise da un lato, per coprire l’aumento inventando un presunto complotto speculativo dall’altro: il risultato è stato infangare una intera categoria e produrre una caotica e non selettiva, deriva “repressiva”, di cui il decreto trasparenza è il risultato.

Chi governa dovrebbe essere a conoscenza di almeno due cose: 1) che i tanti prezzi sono il risultato delle liberalizzazioni e delle regole della concorrenza, 2) che i gestori o non possono aumentare a piacere i prezzi perché hanno vincoli contrattuali che li esporrebbero alla risoluzione del rapporto con le compagnie o, se sono commissionari, non sono proprietari della merce e non fissano alcun prezzo.

Fango ed onta per nulla, anzi, per 3,5 cent/litro di margine.

Per contro, il decreto – come grida manzoniane sui “bravi” – inasprisce sanzioni già dure da prima, ne moltiplica le fattispecie e prolifera inutile cartellonistica. Ma se pure intendesse assumere la condotta della “repressione” lo faccia con cognizione di causa anche senza perdere la faccia. Le sanzioni più elevate vanno comminate solo allo zoccolo renitente stabilmente alla comunicazione dei prezzi, laddove, su 4.000 impianti, molti sono quelli che aspettano di esser chiusi o non hanno il gestore (quindi non erogano), altri sono quelli che non vogliono far sapere quel che fanno, facilmente collusi con l’illegalità criminale e fiscale che alligna da anni nel settore. È lì che deve indirizzarsi la repressione selettiva ed efficace, è li che va mandata la GdF e che devono funzionare banche date che comunichino tra di loro (Anagrafe impianti ed Osservatorio Prezzi).

Mentre la questione dell’evidenza del prezzo medio va risolta con la app al servizio del consumatore (evitando cartelloni inutili e stimoli agli haters del pieno): nel decreto vi sono già gli appigli per questa soluzione nel comma 2 dell’articolo 1, togliendo il comma 3. Il “prezzo medio” sembra un escamotage improvvisato per l’evidente difficoltà di poter tornare al regime di sorveglianza dei prezzi: una scelta problematica per questioni di libero mercato, ma che comporta la ridefinizione di tutti i rapporti economici di filiera, un bel ginepraio.

Insomma, cattiva informazione, molta improvvisazione ed assenza di fondamenti tecnici hanno fatto scoppiare una vicenda che ha esposto la carne viva di una categoria al pubblico ludibrio, categoria che non può non reagire con tutti mezzi a disposizione.

Sul problema dei prezzi bisognerà dire che esso non troverà sollievo neppure con l’accisa mobile: il ripristino di 25 cent di accisa produce un gettito di IVA di 6 cent; come tale rapporto possa compensare col sovra-gettito le risorse per un nuovo taglio copribile senza deficit è illusorio. Solo uno shock dei prezzi derivante dall’embargo russo potrà produrre un sovra-gettito più rilevante; cosa sia più augurabile è evidente. L’aggancio ai prezzi del grezzo non è più molto attuale: abbiamo visto nel 2022 che le dinamiche delle quotazioni dei raffinati sono state molto più severe di quelle del grezzo, anche per le note strozzature della raffinazione nonché per la dipendenza dall’approvvigionamento d’importazione.

Non si può parlare di prezzi senza affrontare i veri problemi del settore: razionalizzazione della rete, contrattualistica ed illegalità diffusa. Per contro, si pretende (cosa invero non nuova) di risolvere la questione con provvedimenti parziali, emotivi, prescindendo da una disamina generale del “sistema”.

Discorso a parte meritano le autostrade: che in autostrada il prezzo medio sia quello della rete stradale, quando è noto che esistono ragioni oggettive per prezzi più elevati (dati dai costi di un servizio complesso ed h24, motivazioni per cui l’Autorità Regolatoria dei Trasporti ha riconosciuto l’ineluttabilità di un differenziale), è un assoluto controsenso. Il comparto è viziato da una distorsione delle meccaniche di mercato e dall’esistenza di rendite di posizione dei Concessionari (superiori ai margini operativi lordi del gestore finale) che inficiano la competitività sia dei carburanti che del food&beverage, cui si aggiungono le dinamiche premianti dei medesimi Concessionari dei pedaggi in passato: aspetti tutti che, incrostatisi negli anni, hanno determinato il crollo dell’80% delle vendite e causato l’allontanamento dell’utente dai beni e servizi che vi vengono esitati. Ragioni sufficienti per dover scegliere se “chiudere baracca” perché tutti ci perdono o imboccare due diverse strade: o si cancellano i fattori impropri di alterazione dei prezzi (le rendite) per recuperare competitività o si addossa al sistema l’onere della sostenibilità economica dei sub-concessionari e dei benzinai.

Decenza vorrebbe che l’autostrada fosse espunta dal decreto trasparenza.

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mario
mario
10 giorni fa

triade sveglia,abbiamo bisogno di margini più alti,tutto il resto è fuffa,fino le pensioni sono cresciute del7,5%,anche gli stipendi di voi sidacalisti penso siano aumentate