Price cap Eni e IP, i gestori chiedono tutele: Figisc guarda agli effetti sulla rete, Faib e Fegica rilanciano il tetto nazionale

Le iniziative di Eni e IP sul tetto ai prezzi dei carburanti aprono il confronto e i dubbi tra le organizzazioni dei gestori. Figisc esprime preoccupazione per le conseguenze sulla concorrenza e sugli impianti degli altri marchi, mentre Faib e Fegica rilanciano la proposta di un price cap temporaneo regolato per legge e applicabile all’intero mercato oltre a segnalare le gravi ripercussioni sui gestori che saranno oggetto di confronto  vertenziale con le compagnie petrolifere.

Figisc pone invece l’accento sulle possibili conseguenze dell’iniziativa Eni sugli equilibri della rete distributiva e, in particolare, sulla sostenibilità degli impianti degli altri marchi. “Che ne sarà di tutti quei gestori che non sono Eni, che si troveranno, senza rete di protezione della loro compagnia, fuori mercato con un ennesimo colpo ad una sostenibilità economica già da anni in crisi, margini minimi legati ai litri venduti non al prezzo, e competitività già feroce e ora belluina? E gli stessi gestori Eni, di cui si svalutano significativamente le giacenze (già svalutate quando le accise calavano), che faranno quando – come già successo da noi, ma proprio in questi giorni in Francia negli impianti TotalEnergies – sarà difficile far fronte ai rifornimenti?”.

Diversa la posizione di Faib e Fegica, che valutano positivamente l’iniziativa pur evidenziando le gravi ripercussioni economiche sui gestori, sulle quali annunciano un confronto con le compagnie.

Faib e Fegica riconoscono nell’iniziativa di Eni un primo segnale concreto sul fronte dei prezzi, pur sottolineando “questa iniziativa improvvisa (e improvvisata) abbia provocato una serie di gravi ripercussioni sui gestori e che saranno oggetto di confronto, eventualmente vertenziale, con le compagnie petrolifere: scelte fatte da chi finora ha macinato utili immensi, non possono essere fatte pagare ai lavoratori. Un tetto ai prezzi può essere messo e, soprattutto, lo spazio economico per abbassare i prezzi esiste. A meno che – si legge nella nota – non ci si voglia fare credere che Eni (e quanti adotteranno la stessa iniziativa) abbia deciso di rimetterci. Uno spazio che c’è ora e che c’era pure in tutti questi mesi in cui il Paese è stato preso in giro e per il collo: oltre 2 miliardi di euro del denaro pubblico sono stati trasferiti nelle tasche di privati”. Le due sigle chiedono quindi di “passare da un approccio unilaterale e volontaristico ad una regolazione amministrativa universale diventa ancora più necessario ed urgente. Il price cap è uno strumento che va utilizzato in modo serio, regolato ed equo, così come hanno già fatto diversi stati europei (Belgio, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Ungheria) ed altri, come la Germania, lo hanno già annunciato. Non è uno strumento che può essere consegnato alla liberalità o all’arbitrio di un soggetto privato, per altro partecipato e leader del mercato”. Faib e Fegica insistono nel chiedere una iniziativa normativa che disponga, a legislazione invariata, un price cap temporaneo, dinamico ed equilibrato, mettendo a disposizione di ciascuna forza politica analisi, studio e proposte articolate già in sintesi anticipate in Senato”.

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Tony
Tony
9 giorni fa

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Nicola
Nicola
8 giorni fa

i sindacati esprimono preoccupazione per la concorrenza…..!!! Ma la concorrenza, tipo Q8 Easy o varie pompe bianche quando vendeva a 8-10 centesimi in meno della rete Eni non c’era la preoccupazione? Ora perché lo fa Eni tutti sono preoccupati dí storpiare il mercato!!! Ma andate a quel paese!!!

six
six
Rispondi a  Nicola
8 giorni fa

Fatti due conti, con 1500 euro lordi hanno cassato la possibilità a chi ha anticipato le accise, di non poterle recuperare ne dal 26/9 e ne dal 5/10. Chi aveva giacenze sostenute, al momento del prelievo dei 17 centesimi ci smena migliaia di euro.. 20K litri a 17 centesimi sono 3.400 euro di accise… Chi aveva giacenze a domenica sera acquistate a 2,35 (gasolio) se le vede mettere a 2,19… chi rimpiazza la differenza? Ma il problema è vendere litri ad uffa e ciularli al collega senza mai farsi due conti di cosa resta in tasca…infatti la situazione la sappiamo tutti (tra commissioni POS, dipendenti, ecc.ecc.)

E’ ineluttabile che una pompa bianca deve avere un ricavo maggiore di una gestione, fa investimenti iniziali di acquisto terreno, acquisto attrezzature, acquisto cisterne, acquisto erogatori, acquisto totem, autorizzazioni, manutenzioni costanti, aggiornamenti costanti, che un Gestore non farebbe manco se campasse 100 vite. E’ tutto a carico dell’imprenditore che investe. E’ un rischio? certo! Assume dipendenti ed operai che hanno reddito? certo.

Drogare il mercato in rivendita, così come è stato fatto, è davvero una porcata immane. Quando i privati metteranno mano ai licenziamenti degli addetti, la NASPO costerà allo stato qualche milione, sempre sulla spalle della comunità.

Non c’è nulla da essere contenti, l’abbassamento sarebbe dovuto partire da chi raffina, non da chi rivende sotto costo.

Si chiama DUMPING.

Luca
Luca
Rispondi a  Nicola
8 giorni fa

…un conto è vendere al miglior prezzo quando eni si ingrassava sopra il Platt’s,un conto è vendere sotto prezzo Platt’s di riferimento dove comprano tutti, preso anche come riferimento commerciale dalla finanza per eventuali”distorsioni” dei mercato….