Carburanti oltre i 2 euro, lo sconto sulle accise si riduce: e alla pompa rischiano anche i gestori

Il Governo cambia strategia: progressiva riduzione del taglio delle accise e abolizione del bollo per milioni di veicoli. Ma mentre si discute della tassa sull’auto, benzina e soprattutto gasolio continuano a viaggiare su livelli eccezionalmente elevati. Una situazione che colpisce i consumatori, ma che rischia di diventare insostenibile anche per migliaia di piccoli gestori.

Dopo mesi di interventi sulle accise, proroghe e decreti emergenziali, l’Esecutivo ritiene che continuare a concentrare risorse sulla riduzione generalizzata del prezzo alla pompa non sia più la soluzione principale.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo ha spiegato chiaramente nella conferenza stampa successiva al Consiglio dei ministri: il taglio delle accise è considerato un intervento “a pioggia”, perché beneficia indistintamente tutti i consumatori, indipendentemente dalla loro condizione economica.

Da qui la nuova strategia.

Ancora una settimana con il taglio dell’accisa sul gasolio di 10 centesimi al litro, che considerando l’Iva produce un effetto di circa 12,2 centesimi. Successivamente la riduzione dovrebbe scendere a 5 centesimi, circa 6 centesimi alla pompa, fino al 5 ottobre.

Dopo quella data dovrebbe tornare a operare il meccanismo dell’accisa mobile, attraverso il quale una parte delle maggiori entrate generate dall’aumento dei prezzi viene utilizzata per contenere la tassazione sui carburanti.

Una scelta che risponde alla volontà del Governo di ridurre il costo degli interventi emergenziali.

Ma rimane una domanda molto più concreta.

Quanto costeranno benzina e gasolio quando lo sconto fiscale verrà ulteriormente ridotto?

Il problema è che siamo già oltre i due euro

È questo il punto che rischia di perdersi nella discussione.

Non stiamo riducendo il taglio delle accise in una situazione nella quale i prezzi sono tornati alla normalità. Lo stiamo facendo mentre benzina e gasolio continuano a viaggiare abbondantemente sopra i due euro al litro.

Il 16 settembre, secondo i dati comunicati dal MIMIT e riportati dall’ANSA, il prezzo medio nazionale self ha raggiunto 2,132 euro al litro per la benzina e 2,246 euro per il gasolio. E proprio il dato del gasolio dovrebbe far riflettere.

Perché quei 2,246 euro vengono registrati mentre è ancora operativo un taglio dell’accisa di 10 centesimi al litro, che con l’effetto dell’Iva vale circa 12,2 centesimi sul prezzo finale. Il problema, dunque, è tutt’altro che superato.

Il Governo sostiene che utilizzare miliardi per abbassare indistintamente le accise non consenta di concentrare gli aiuti sulle fasce maggiormente in difficoltà. Il ragionamento ha una sua logica. Ma anche l’aumento dei carburanti, purtroppo, viene distribuito “a pioggia”.

Il gasolio che aumenta non pesa soltanto sull’automobilista. Pesa sull’autotrasporto, sulla distribuzione delle merci, sull’agricoltura, sull’artigianato, sulle attività commerciali e su migliaia di imprese.

E alla fine una parte di quei maggiori costi inevitabilmente si trasferisce lungo la filiera fino al consumatore. Per questo il prezzo dei carburanti non può essere considerato esclusivamente come il problema di chi possiede un’automobile. È un costo che attraversa l’intera economia.

Il bollo auto non abbassa il prezzo alla pompa

Il Governo ha scelto parallelamente di introdurre una misura completamente diversa: l’abolizione del bollo per le auto fino a 80 kW.

Secondo quanto annunciato dalla premier, il provvedimento dovrebbe interessare oltre il 70% delle automobili in circolazione e, comprendendo i motocicli, arrivare complessivamente a circa 14,5 milioni di veicoli.

L’esenzione riguarderà un solo mezzo per cittadino e non sarà collegata all’ISEE. È certamente un intervento che produrrà un risparmio per una parte consistente degli automobilisti. Ma è importante evitare di confondere i due piani.

Abolire il bollo riduce il costo annuale di possedere un’automobile. Non riduce di un centesimo il costo necessario per utilizzarla. E soprattutto non produce alcun effetto sui costi di trasporto delle merci e sull’impatto che carburanti così elevati possono avere sull’economia.

C’è poi un altro soggetto dimenticato: il gestore

Nel dibattito sul caro carburanti c’è poi un soggetto che, come troppo spesso accade, rischia di essere completamente dimenticato: il gestore della stazione di servizio.

Quando il prezzo alla pompa aumenta, nell’immaginario collettivo può sembrare che aumentino automaticamente anche i guadagni di chi vende il carburante.

La realtà è molto diversa.

Il margine riconosciuto al gestore è normalmente determinato dagli accordi economici e resta nell’ordine di pochi centesimi per litro. Non cresce automaticamente perché il gasolio passa da 1,70 a 2,00 o a 2,25 euro.

Il prezzo sale. Il margine del gestore no.

E mentre quel margine rimane sostanzialmente fermo, alcuni costi collegati alla vendita aumentano proprio in conseguenza del maggiore valore economico di ogni rifornimento.

Il caso più evidente è quello dei pagamenti elettronici. Quando la commissione applicata alla transazione è calcolata in percentuale sull’importo incassato, all’aumentare del prezzo del carburante aumenta anche il costo della commissione. Il paradosso diventa evidente.

Su un litro venduto il gestore continua a ricevere pochi centesimi di margine, ma deve gestire una transazione di valore sempre maggiore. Una parte crescente di quel già limitato margine rischia quindi di essere assorbita dai costi necessari semplicemente per incassare il pagamento.

E questo senza considerare gli altri costi che negli ultimi anni sono aumentati: energia elettrica, personale, manutenzioni, servizi bancari, assicurazioni e costi generali di gestione.

C’è poi un secondo effetto. Quando benzina e gasolio raggiungono livelli così elevati, il consumatore inevitabilmente modifica i propri comportamenti.

Si riducono gli spostamenti non indispensabili, si cercano prezzi più bassi, si frazionano i rifornimenti e, complessivamente, possono diminuire i volumi erogati. Per un gestore remunerato prevalentemente attraverso un margine per litro significa una cosa molto semplice:

meno litri venduti significano meno ricavi.

Si crea così una combinazione particolarmente pericolosa per le gestioni più piccole.

Prezzi elevati alla pompa, consumi che possono ridursi, margini unitari che non crescono proporzionalmente, commissioni sui pagamenti che pesano maggiormente e costi di esercizio che continuano ad aumentare.

È una forbice che si sta progressivamente chiudendo.

E dentro quella forbice ci sono migliaia di piccole imprese.

Il rischio concreto è perdere altri gestori

Questo è forse l’aspetto sul quale sarebbe necessario cominciare a interrogarsi seriamente. La rete italiana non è composta soltanto dai marchi delle grandi compagnie petrolifere che campeggiano sulle pensiline.

Dietro quei marchi ci sono moltissime piccole imprese di gestione, spesso familiari, che aprono gli impianti ogni mattina, garantiscono il servizio alla clientela, anticipano costi, assumono personale e rispondono direttamente di una quantità crescente di adempimenti e responsabilità.

Imprese alle quali non può essere chiesto indefinitamente di assorbire ogni aumento senza intervenire sulla loro sostenibilità economica. Perché il rischio, a questi livelli di prezzo, non è soltanto quello di vedere diminuire i consumi.

Il rischio è che una parte delle gestioni non riesca più semplicemente a stare sul mercato.

E quando un piccolo gestore chiude non scompare soltanto una partita Iva. Si perde un presidio sul territorio, un servizio, posti di lavoro e spesso una presenza che per anni ha garantito l’apertura di impianti anche in aree nelle quali i grandi numeri economici non esistono.

La progressiva desertificazione delle gestioni tradizionali non può essere considerata un effetto collaterale inevitabile della trasformazione del settore. Perché una rete senza gestori può forse continuare a erogare carburante attraverso il self-service. Ma è una rete profondamente diversa.

Il prezzo alla pompa resta il vero problema

Il Governo ha quindi scelto una nuova impostazione. Meno interventi generalizzati sulle accise, ritorno dell’accisa mobile, misure specifiche per alcuni settori produttivi e abolizione del bollo per milioni di veicoli.

Ma dopo tutti gli annunci rimane davanti agli occhi un numero molto semplice: oltre 2 euro al litro.

È questo il dato con il quale devono fare quotidianamente i conti famiglie e imprese. Ed è anche il dato con il quale devono fare i conti i gestori.

Con una differenza sostanziale: il consumatore vede aumentare il costo del proprio rifornimento, mentre il gestore vede aumentare il valore delle transazioni e i costi collegati, può vedere diminuire i litri venduti e continua a lavorare con un margine che resta confinato in pochi centesimi.

Per questo il caro carburanti non può essere affrontato guardando soltanto a quanto paga l’automobilista. Occorre guardare anche a quanto rimane realmente a chi quel carburante lo vende.

Perché continuando a comprimere la redditività delle gestioni, prima o poi il problema non sarà più soltanto trovare un distributore con qualche centesimo in meno sul cartello.

Il problema sarà trovare ancora qualcuno disposto ad aprirlo ogni mattina.

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Poveri benzinai per quanto riguarda noi diciamolo a chiare lettere non gli frega un “Cazzo” a nessuno soltanto provvedimenti per Spot elettorali oltre tutto a tempo , e scrivo questo a malincuore perché è risaputo che noi siamo un costo inutile e quindi dobbiamo sparire non c’è nulla da fare è cosi e cosi finirà , quindi si salvi chi può non fatevi illusioni siamo rimasti quattro gatti e anche quei quattro devono soccombere e concludo dicendo che la montagna a partorito il topolino!!!!