A margine delle considerazioni contenute nell’editoriale di Staffetta Quotidiana e nel recente memoir “Il mestiere dell’Antitrust” (Alessandro Noce, Nerbini Editore, collana L’economia a più voci, maggio 2025), emerge una ricostruzione del settore carburanti che merita di essere letta con occhio critico, soprattutto per quanto riguarda le responsabilità istituzionali nel processo di trasformazione – o meglio, di smantellamento sistematico – della rete distributiva italiana.
Nel libro, Noce – ex dirigente dell’Autorità Garante della Concorrenza e oggi Direttore Generale per i Mercati e le Infrastrutture Energetiche presso il MASE – offre un affresco vivace e soggettivo dei grandi snodi della politica energetica nazionale. Non mancano i ritratti personali (Pasquale De Vita “vecchio volpone”, Vittorio Mincato “osso duro”) né il riconoscimento dello spirito di corpo dei dipendenti Eni, ma ciò che spicca è soprattutto la celebrazione dell’azione antitrust come motore di cambiamento, in particolare nel settore della distribuzione carburanti.
Questa stessa narrazione viene ripresa con toni indulgenti anche dalla Staffetta Quotidiana, dove si legge che gli interventi dell’Antitrust – “assunti con pochi ritocchi dalla politica” – hanno prodotto una maggiore concorrenza e una differenziazione dei prezzi, pur riconoscendo, quasi en passant, le “deviazioni” di sistema: la moltiplicazione incontrollata delle formule contrattuali, il caos normativo, e il “buco nero” delle frodi fiscali negli anni ’10, resi possibili proprio dalla polverizzazione gestionale generata da una liberalizzazione non presidiata.
Ma è proprio qui che la ricostruzione mostra la sua fragilità: l’Antitrust è davvero un catalizzatore di una modernizzazione necessaria, mentre gli effetti collaterali – devastanti – vengono trattati come incidenti di percorso, inevitabili nel nome del “progresso concorrenziale”. E invece, è legittimo e doveroso domandarsi:
Chi ha valutato l’impatto sistemico della disarticolazione del modello concessorio?
Chi ha vigilato sulle conseguenze sociali e industriali del passaggio da una rete presidiata a una giungla contrattuale fatta di precarietà e opacità?
Chi ha assicurato che liberalizzazione significasse anche qualità, legalità e sostenibilità, e non solo aumento del numero degli impianti e abbattimento dei margini?
La verità è che l’attenzione ossessiva dell’Antitrust nel settore della distribuzione dei carburanti, in assenza di un disegno industriale coordinato, ha aperto spazi a soggetti privi di scrupoli, ha eroso le tutele per chi operava regolarmente, ha marginalizzato i gestori e ha indebolito la capacità stessa del settore di generare visione e governance. Se oggi il settore fatica a riformarsi, non è colpa dell’inerzia delle categorie, ma del vuoto lasciato da chi ha smontato pezzo per pezzo ogni riferimento normativo e istituzionale.
È importante che il lettore tenga conto di tutto questo, anche quando legge cronache apparentemente neutrali o memoriali ricchi di aneddoti: l’“antitrust dei carburanti” non è stato solo un esperimento tecnico, ma una scelta politica – e come tale va giudicata, anche nei suoi fallimenti.

Provengo da un altro settore e i problemi sono sempre gli stessi. I signori dell’Antitrust non mi hanno mai dato l’idea di essere controllori ma semplici ingranaggi di un sistema burocratico che fatica con i forti e penalizza i più deboli. Con il “Ce lo chiede l’Europa” i Politici hanno distrutto la nostra economia, formata da piccolissime imprese, e questi Organi Statali non si sono mai opposti a questo impoverimento. Siamo stati sempre troppo polverizzati, troppo differenti gli interessi delle varie categorie. Siamo il paese dei Furbi (mors tua vita mea) ma questo non ha mai aiutato i Sindacati a creare una base unita. Il mio è uno sfogo da Partita Iva da 30 anni e con altrettanti anni di lavoro davanti.