Tornano a far parlare di sé i distributori a marchio EWA, già balzati agli onori della cronaca poche settimane fa con la clamorosa chiusura di oltre 200 impianti in tutta Italia per infiltrazioni mafiose. Questa volta il contesto è quello dell’aula di tribunale: il processo nato dall’operazione “Petrol Station”, che quattro anni fa portò all’arresto dei titolari della società, padre e figlio casertani accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Secondo la ricostruzione della procura, i dipendenti dei distributori EWA – in gran parte cittadini extracomunitari con regolare permesso di soggiorno – venivano assunti con contratti part-time da 20 ore settimanali, ma di fatto lavoravano anche 12 ore al giorno, sette giorni su sette, per compensi di circa 3 euro l’ora.
Un commissario della squadra mobile, testimone in aula, ha ricordato che tutto partì nel novembre 2019 da una denuncia di due lavoratori impiegati sulla superstrada per Orte: su uno stipendio di 800 euro, venivano decurtati 200 euro con la giustificazione di presunti ammanchi.
L’indagine si allargò presto: 130 impianti della catena in tutta Italia, di cui otto nella provincia di Viterbo. Tra gennaio e febbraio 2020 la polizia piazzò una telecamera h24 in una delle stazioni, documentando turni di oltre otto ore quotidiane, senza riposi né festività.
“Abbiamo identificato 15 lavoratori – ha spiegato il commissario – di cui solo uno italiano. Molti rifugiati, ospitati in strutture di accoglienza, lavoravano senza alcun diritto e qualcuno addirittura viveva nel gabbiotto della stazione”.
In aula è comparso anche uno dei due dipendenti che chiamarono la polizia, un 33enne africano: “Avevo un contratto dalle 14 alle 22, ma facevo il doppio delle ore. Mi hanno trattenuto 200 euro sullo stipendio di 800. Solo dopo l’intervento della polizia ho ricevuto i miei soldi, ma ho perso il lavoro. Non mi sono licenziato io, è stato il capo”.
Quello che emerge dal processo Petrol Station è un tassello ulteriore di una vicenda che oggi assume contorni ancora più gravi, dopo il sequestro e la chiusura per mafia di oltre 200 impianti della catena EWA. Una storia che intreccia sfruttamento del lavoro, pratiche illecite e infiltrazioni criminali in una rete di distributori che per anni ha operato in tutto il Paese.
Il processo riprenderà fra un mese, ma già oggi offre l’ennesima conferma: il settore della distribuzione carburanti, lasciato spesso senza controlli adeguati, resta terreno fertile per illegalità diffuse e pesanti distorsioni concorrenziali.

Il vero scandalo è che ci sono voluti 5 anni per arrivare al processo Basta passare per molti impianti per capire se lavorano in nero .Dove ci sono Bangladesh, marocchini,,dove si espongono cartelli LAVAGGIO COMPLETO 15€ LAVAGGI SOTTO I PARCHEGGI DEI CENTRI COMMERCIALI ¡!!!lavorano in nero ,possibile non capirlo Sono anni che si traffica sui carburanti possibile non si fermino certe pratiche