Assediato dal cantiere. Isolato. Senza la possibilità di lavorare come ha sempre fatto.
È il grido disperato di Francesco Perri, da 14 anni titolare di un’area di servizio in via di Corticella a Bologna, oggi completamente circondata dai lavori per la realizzazione della Linea Verde del tram.
Da settembre, il suo impianto – distributore di carburante, autolavaggio e officina meccanica – è intrappolato tra cantieri, deviazioni, mezzi pesanti e strade chiuse. In quel tratto, oltre alla posa dei binari e alla sistemazione dei sottoservizi, le ditte stanno rifacendo il sottopasso ferroviario e ridisegnando carreggiate e marciapiedi. Interventi complessi, svolti a ritmo serrato per rispettare la scadenza di giugno.
Ma nel frattempo, l’attività di Perri è al collasso.
«Non importa nulla della mia attività»
«Me ne stanno facendo di tutti i colori — racconta — la cosa che più mi dispiace è che a chi fa i lavori non importa nulla di me e della mia attività».
Negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli scontri verbali con gli operai e non sono mancati momenti di tensione con il capocantiere. L’episodio più grave, secondo il gestore, è avvenuto pochi giorni fa.
«L’altra sera mi hanno chiuso anche via Edera De Giovanni, che è l’unica strada che permette ai miei clienti di raggiungermi. Così, senza preavviso. Nonostante protestassi. In più entrano con i camion nella mia area e li parcheggiano dentro, anche se dico che non possono farlo».
Una situazione che definisce quotidiana.
«Mia madre ignorata dagli operai»
La tensione è salita ulteriormente sabato mattina, quando la madre di Perri, 75 anni, ha chiesto ad alcuni operai di non parcheggiare un furgone davanti all’accesso dell’autolavaggio.
«Non si sono neanche girati a risponderle — dice amareggiato —. A quel punto non ci ho visto più. Ho urlato: ma non vi vergognate a comportarvi così?».
Non è solo una questione economica, ma anche di rispetto.
Un crollo del 70% del fatturato
Prima dell’apertura del cantiere, l’area di servizio registrava incassi medi di 10 mila euro al giorno. Oggi, quando va bene, si arriva a 3 mila euro.
«Ho avuto un calo del 70% del fatturato. Con il ponte chiuso e la tangenziale interrotta, è evidente che nessuno può arrivare fin qui. L’unica via d’accesso è via De Giovanni, ma spesso la bloccano con i mezzi. Io devo stare qui solo per impedire che parcheggino dentro la mia proprietà».
Nel frattempo le spese restano invariate: forniture di carburante e olio, costi fissi, tasse. «Pago tutto come prima, ma non mi mettono nelle condizioni di lavorare».
Il contributo ricevuto come ristoro ammonta a 1.800 euro.
«Vi sembra possibile? Con migliaia di euro di spese mensili? È dall’8 settembre che va avanti così. È ridicolo».
Dipendenti a casa e famiglia in difficoltà
Il contraccolpo economico ha avuto effetti immediati anche sull’organizzazione dell’attività. Alcuni dipendenti sono stati lasciati a casa. Anche la moglie, che collaborava con lui, non ha visto rinnovato il contratto.
«È stata quasi una fortuna che fosse in scadenza. Con l’inizio dei lavori era impossibile sostenere altri costi. Ma questa è l’unica fonte di sostegno per la mia famiglia. Ho due ragazzi adolescenti che vanno a scuola. Io so fare solo questo: è 34 anni che faccio questo mestiere».
Il senso di abbandono è forte. «Ho chiesto aiuto anche a chi mi aveva dato il numero di cellulare, ma non ho ricevuto risposta. Ti senti proprio lasciato solo».
«Mi devo mettere in mezzo alla strada per far entrare i clienti»
La situazione, secondo Perri, è destinata a peggiorare: «Domani mattina mi chiudono l’ingresso davanti. Per far entrare i clienti mi devo mettere in mezzo alla strada e farli passare dall’altra parte».
Nel frattempo, i mezzi del cantiere continuano a entrare nell’area di servizio, generando nuove tensioni. «Devo litigare per far spostare i camion. Ma io devo tenere botta. È l’unico sostegno che ho».
La richiesta: lavorare, non fermare il tram
Perri non contesta l’opera in sé. «Capisco che siano lavori importanti. Ma si può trovare un modo per permettere a chi lavora di continuare a farlo?».
Chiede tempi certi, maggiore coordinamento, rispetto degli spazi privati e ristori adeguati al danno subito.
«Spero che si mettano una mano sul cuore. Che accelerino o che diano la possibilità alla gente di lavorare».
Nel frattempo, il suo impianto resta lì, stretto tra ruspe e transenne. E una famiglia che aspetta di sapere se riuscirà ad arrivare alla fine dei lavori.

Chiuso per chiuso, sbarra tutto e fai entrare solo i clienti di officina e lavaggio, magari si sveglia anche la società petrolifera.