Benzina cara con petrolio a 60 dollari: l’Europa paga la crisi delle raffinerie

Il prezzo del petrolio greggio resta su livelli relativamente contenuti, intorno ai 60 dollari al barile, ma alla pompa la benzina continua a costare cara. Non si tratta di un fenomeno temporaneo né di una semplice distorsione fiscale. Alla base di questo apparente paradosso c’è una crisi strutturale della raffinazione, che colpisce in pieno l’Europa e, in particolare, l’Italia.

È quanto emerge da un’analisi pubblicata da Panorama, che ricostruisce le cause profonde di una dinamica destinata a protrarsi nel tempo, incidendo in modo duraturo sui prezzi dei carburanti.

Non tutto il petrolio è uguale

Uno degli aspetti spesso sottovalutati riguarda la qualità del greggio. Il petrolio oggi più abbondante sul mercato, come lo shale oil statunitense, è un greggio molto leggero e non sempre compatibile con gli impianti di raffinazione esistenti, progettati per lavorare petrolio più pesante.

Il risultato è paradossale: gli Stati Uniti, primo produttore mondiale di petrolio, non riescono a soddisfare il proprio fabbisogno di benzina di alta qualità e sono costretti a importarla dall’estero.

Stati Uniti: produzione elevata, raffinazione insufficiente

Secondo quanto spiegato a Panorama da Salvatore Carollo, analista di mercato e trader con lunga esperienza nel settore energetico, le raffinerie statunitensi producono circa 4 milioni di barili al giorno di benzina, a fronte di un consumo interno di circa 10 milioni di barili.

Per funzionare correttamente, questi impianti devono miscelare lo shale oil con greggi più pesanti, provenienti soprattutto da Canada e Venezuela. Caracas svolge un ruolo strategico: fornisce sia petrolio pesante per le miscele sia benzina raffinata di alta qualità destinata al mercato americano.

Questa fragilità non è recente. Già dagli anni Novanta, l’introduzione di standard ambientali sempre più stringenti ha reso la raffinazione occidentale complessa e poco redditizia. Molte compagnie statunitensi hanno preferito chiudere o vendere le raffinerie, anziché investire per adeguarle.

Europa: meno raffinerie, più importazioni di carburanti

L’Europa ha seguito una traiettoria simile. Le normative ambientali, il Green Deal e la concorrenza delle grandi raffinerie mediorientali hanno portato, negli ultimi 15 anni, alla chiusura di circa 30 raffinerie.

Secondo i dati citati da Panorama (fonti Concawe e Reuters), il numero degli impianti europei è sceso da oltre 120 a meno di 90.

Le prospettive restano critiche. Gli analisti di Wood Mackenzie stimano che 1–1,4 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione europea potrebbero essere a rischio chiusura nel prossimo decennio. Altre analisi indicano che fino al 60% della capacità attuale è considerata “ad alto rischio”, con raffinerie concentrate soprattutto in Francia, Germania e Italia.

La conseguenza è chiara: l’Europa diventa sempre più dipendente dalle importazioni di prodotti raffinati, come benzina e jet fuel, mentre la domanda resta sostanzialmente stabile.

Italia: una doppia dipendenza energetica

Il caso italiano è particolarmente delicato. Da un lato Eni sta trasformando progressivamente le raffinerie tradizionali in bioraffinerie (Porto Marghera, Gela e Livorno). Dall’altro, alcuni impianti sono stati ceduti a trader internazionali, orientati all’export verso mercati più remunerativi, come quello statunitense.

Questo crea una doppia dipendenza:

  • dall’estero per il petrolio greggio

  • dall’estero per la benzina raffinata

Un fenomeno che, come osserva Carollo, viene spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, ma che incide direttamente sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sui prezzi alla pompa.

Nonostante tutto, l’Italia mantiene ancora un ruolo rilevante grazie a grandi hub come il complesso Sarlux di Saras a Sarroch, che da solo rappresenta oltre un quinto della capacità nazionale. Tuttavia, domanda interna stagnante, margini ridotti e pressioni regolatorie rendono il sistema sempre più fragile.

Prezzi della benzina destinati a restare alti

La conclusione dell’analisi di Panorama è netta: la riduzione della capacità di raffinazione in Europa e la dipendenza strutturale degli Stati Uniti creano un deficit di benzina di alta qualità nel bacino atlantico.

In questo contesto, il prezzo dei carburanti alla pompa non segue automaticamente l’andamento del petrolio greggio, ma è sempre più influenzato dalla scarsità del prodotto raffinato e dalla competizione tra mercati internazionali.

Fonte: Panorama – “Benzina, l’Europa è in riserva: perché il prezzo alla pompa resterà alto nonostante il petrolio a basso costo”

Fonte: Panorama – “Benzina, l’Europa è in riserva: perché il prezzo alla pompa resterà alto nonostante il petrolio a basso costo”

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